Home > Confraternita di San Cataldo > SAN CATALDO E I SANCATALDESI

 

LA DEVOZIONE DEI SANCATALDESI AL VESCOVO SAN CATALDO

Quella che lega il Comune di SAN CATALDO al vescovo Cataldo è una storia antica, infatti, nella “Licentia aedificandi baroniam fluminis Salsi in personam Nicolai Galletti”, data a Palermo il 18 luglio 1607, Filippo III, re di Sicilia, volle che l’allora “Casale Caliruni” si chiamasse SAN CATALDO in onore al santo tarantino. Da allora il monaco irlandese è patrono della città. Del nostro patrono sappiamo che morì a Taranto l'8 marzo del 685 e fu seppellito nella chiesa di san Giovanni in Galilea, allora duomo della città, e lì il suo corpo fu dimenticato per parecchi anni. Fonti e bibliografie consolidate vogliono che il 10 maggio del 1071, mentre si scavavano le fondamenta per la riedificazione della basilica cattedrale tarantina, distrutta dai Saraceni nel 927, sia stata ritrovata, sulla scia di un profumo inebriante, una tomba, contenente il corpo attribuito a san Cataldo con una crocetta aurea (elemento comune a molti corredi funebri altomedioevali), su cui fu incisa la parola “Cataldvs”. Figlio di genitori convertiti al cristianesimo, subito dopo la loro morte decise di donare tutta l’eredità di famiglia ai poveri. Seguì i consigli evangelici in un monastero irlandese dove nel 637 fu ordinato sacerdote e in seguito ne prese anche la direzione. Nel 670 fu consacrato vescovo e tra il 679 e 680 si recò a visitare la Terra Santa come pellegrino. La tradizione lo vuole a Taranto, dove su ispirazione del Cristo, andò a evangelizzare quei luoghi dall’invasione pagana. A Taranto Cataldo compì la sua grande opera evangelizzatrice, facendo abbattere i templi pagani e soccorrendo i bisognosi. Ovunque passò, i residenti di quei luoghi decisero di dedicarli a lui cambiando il nome delle loro città in “Cataldo”.

Nella nostra città, la tradizione e la leggenda vuole che il vescovo Cataldo percorse il nostro territorio in un’epoca imprecisata di ritorno dall’Africa, cosa certamente improbabile. Veniva chiamato “u pupu niuru” (l’uomo nero), in ragione della carnagione scura perché bruciata dal caldo sole africano. Questi si ritrovò in Sicilia a causa di un naufragio che aveva distrutto la nave diretta in Puglia, dove il santo doveva approdare. Ancora la leggende vuole che peregrinando per la Sicilia, giunse appunto in queste contrade, dove viveva una piccola comunità la quale, colpita ed affascinata dalla sua predicazione, lo invitò a rimanere. Ma Cataldo desiderava ardentemente ritornare in patria e si rifugiò nottetempo in una grotta nella località da allora chiamata popolarmente “sancatalluzzu” (oggi Contrada Portella Bifuto), non distante dal villaggio, e lì gli apparve in sogno un angelo che gli impose di proteggere idealmente la comunità e di assegnare il proprio nome al villaggio. Il santo accettò, ponendo la condizione di proteggere il luogo dalle guerre, dalle epidemie, dalle carestie e dai terremoti. E contro tali mali egli è invocato. Si tratta dunque, di una leggenda elaborata per giustificare a posteriori una devozione ben radicata nel territorio. Devozione testimoniata dalla costruzione di una chiesetta rurale voluta dalla nobile famiglia Galletti, posta appunto sotto la protezione di san Cataldo e ubicata nell’attuale via san Nicola, oggi non più esistente.

I sancataldesi onorano il suo patrono in due ricorrenze: l’8 marzo, data della sua morte, con una solenne Celebrazione Eucaristica in Chiesa Madre alla presenza dell’omonima Confraternita, e il 10 maggio, data del ritrovamento del corpo a Taranto. La festa del santo patrono, invocato contro le guerre, le epidemie, la siccità, i temporali e la morte improvvisa, era tra le più solenni del paese. Ancora nell’Ottocento in piazza Madrice si impiantava una fiera di una certa importanza, e fissata l’ultima domenica di maggio. Nel corso di questa, la statua del patrono veniva portata in processione per le principali vie della città. Va inoltre aggiunto che negli anni ’50 e ’60 la processione si svolgeva anche il lunedì della fiera (seconda settimana di ottobre). Il santo, rappresentato con i paramenti pontificali, pertinenti al suo rango (mitra e pastorale), portava e porta in mano un mazzo di “musciariddu” (grano biondeggiante) in segno di buon auspicio per la prossima raccolta. La ricorrenza di marzo, detta di “San Catallu di li faviani”, coincideva con le prime fave e si celebrava in chiesa. Adesso la festa solenne cade solo il 10 maggio. La devozione dei sancataldesi si esprimeva in svariati modi. Non vi era famiglia in cui non ci fosse uno dei componenti che ne portasse il nome di Cataldo. Significative inoltre appaiono le numerose edicole dedicate al santo, così come denotano un profondo attaccamento al patrono i diversi aneddoti circolanti tra le persone più anziane: si racconta che nell’ ultima guerra il paese sia stato risparmiato dalle bombe grazie all’intervento del santo.

Fu un grande pastore di anime ed evangelizzatore. La tradizione gli attribuisce numerosi miracoli. L’intercessione di Cataldo restituì la vista a un fanciullo, fece tornare in vita un muratore, guarì un cieco e una giovane pastorella muta, liberò le città dal colera, dalle pestilenze, dalle epidemie, dalle guerre e dai terremoti. Il culto di san Cataldo è legato anche alle opere di assistenza sanitaria e enti pubblici che portano il suo nome in segno di fede e di riconoscenza per la sua protezione. Come detto, in numerose città italiane e straniere, tra cui la nostra, san Cataldo è patrono.

(Foto S. Pirrera)